Riflessioni sul cinema polacco

di Emiliano Jatosti
http://emilianojatosti.carbonmade.com/

Alcuni giorni fa, per cause ancora poco note anche a me stesso, mi trovavo seduto su di una piccola panca di legno, nell’unico bar aperto ventiquattro ore della surreale stazione dei bus di Varsavia, ad assaporare un litro e mezzo di una bevanda nera annacquata spacciata per caffè espresso.
Notavo con piacere però che questo posto di perdizione – ero l’unica persona a non avere ancora denti d’oro, cicatrici sul viso o seni abnormi – aveva deciso di modernizzarsi con l’uso di internet, attraverso un pc che probabilmente era già vecchio ai tempi dell’invasione tedesca della Polonia del 1939. Tuttavia, la mia pagina di facebook si apriva con una certa facilità, il che mi spinse a concentrarmi più su ciò che faceva anche l’ultimo, nella scala di importanza, dei miei contatti, più che sullo sbrilluccichio del sorriso alcolico dell’uomo che avevo di fronte. Immerso nella mia lettura di fatti a dir poco inutili e imbarazzanti sulla vita penosa di un certo individuo, mi accorgo, con un certo grado di inquietudine vista la situazione, che la tv di stato trasmetteva L’ultimo film su Hannibal Lecter. O meglio, un documentario, ai miei occhi. Sì perché se il film era in lingua originale, e si sentivano fin troppo bene le parole in inglese scandite dai due pur bravi attori, la voce in polacco, che risuonava fastidiosamente al di sopra dell’autentico parlato a mo’ di spiegazione, per me non era altro che un commento delucidativo su come l’uomo possa avvicinarsi, in alcune culture, all’antropofagia. Le mie fantasiose visioni da antropologo da quattro soldi, dovute probabilmente all’ansia da caffè e da sonno mancato, erano state spazzate via nel momento in cui mi balenò per la testa che un documentario non può spiegare un film intero di due ore, commentando anche i titoli di coda finali, e scandendo un inequivocabile “Do końca” (the end) alla fine del film. Questa voce, maschile, vagamente baritonale, completamente atona e senza un minimo di partecipazione emotiva, era ahimé il doppiaggio del film. Ora, va bene il dibattito sll’uso o meno del doppiaggio di film stranieri, soprattutto in Italia dove è considerato un’ arte a sé stante, ma spacciare il doppiaggio per una traduzione letterale di ogni parola pronunciata da ogni attore o attrice era davvero troppo, anche per una mente offuscata come la mia in quel momento. Il fuori sincro rendeva il tutto terribilmente pleonastico, ma è quando mi rendevo conto che era la stessa voce baritona monocorde a doppiare anche un discorso acceso tra due o più donne, il risultato era al limite della farsa.
Una pagliacciata sconvolgente. Ma era più la mia meraviglia nello scoprire così tanto orrore e oscenità che non potevo non lasciarmi sfuggire, mio malgrado, una risata sguaiata e sarcastica all’immagine di un grande Anthony Hopkins che alle orecchie dello spettatore faceva arrivare parole come ad esempio “I eat you” o “I Kill you!” tradotte – e non doppiate sia ben chiaro – senza il minimo entusiasmo con “Zjem cię!” o “Zabiję cię!”.
Se ci mettiamo il fatto che in quel momento avevo anche sorseggiato dell’acqua sporca zuccherata, ho rischiato di ricoprire di caffè e saliva l’Hannibal dal sorriso aureo che avevo di fronte.

Ora, potrei stare anche a raccontare i dieci film, maldestramente e vergognosamente tradotti, che mi hanno accompagnato fino a Roma in un viaggio di ventotto ore. Ma visto che la teconologia ci permette ormai di vedere e di ascoltare anchei rumori intestinali di un abitante della Nuova Guinea, non mi resta altro che rendervi partecipi di questo scempio cinematografico. Il film in questione è The Illusionist, con Edward Norton e Paul Giamatti. Non un capolavoro certo, ma una pellicola sicuramente apprezzabile per la fotografia e l’intensità. Che qui muore, definitivamente. Buona visione.

p.s.
Per chi volesse capire la vera potenza espressiva del doppiaggio polacco, si concentri sulla scena degli spettatori in rivolta sotto al palco del teatro.

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